Nel 1818, Rossetti trattò questo tema in una conferenza alla Società del Gabinetto di Minerva, da lui fondata nel 1810. Il testo venne stampato nel 1819 dalla Società Tipografica de’ Classici Italiani di Antonio Fortunato Stella, amico di grandi scrittori del suo tempo, tra i quali Giordani, Monti, Porta e Leopardi (di cui Stella fu anche editore). Un esemplare di questo libro, ora riprodotto anastaticamente, contiene annotazioni manoscritte aggiunte al testo a stampa da Rossetti fino al 1841, un anno prima della morte, pensando a una eventuale riedizione aggiornata del testo.
Nato come discussione sull’origine e sull’uso dell’aggettivo “divina”, aggiunto al titolo della “Commedia”, il saggio si allarga a un discussione sul genere e sulla rilevanza del poema dantesco con spunti di grande interesse che mostrano Rossetti coinvolto – nel testo come nelle interessanti annotazioni aggiunte – in un dibattito con la maggiore critica dantesca precedente e contemporanea da Vico a Schelling, da Schlosser a Witte, da Monti a Perticari, da Gabriele Rossetti a Foscolo: con riscontri positivi, nel caso di coincidenza di giudizio, con punti di vista anche polemici (come nel caso di Foscolo), con interessanti convergenze (per esempio, su prospettive di lettura di Vico). E dove Dante viene considerato autore di un’opera che non è “poema da vulgo” ma “sommo poema”: destinato e consacrato all’ “immortalità”, nonostante i “difetti” riscontrati dai suoi stessi “ammiratori” – afferma Rossetti - da attribuire piuttosto ai “tempi” e all’“infanzia della lingua” che all’ “ingegno di Dante”.